Occasioni Pur da Mirare e Godere … e da non perdere

Purtimiro

Recentemente è stato lanciato in Italia (Lugo di Romagna) Purtimiro, un nuovo (e raro) festival dedicato al teatro musicale barocco , per la precisione  “Feste musicali intorno all’opera Barocca “, come specifica il sottotitolo dato al Festival medesimo,  “con il proposito di fare di Lugo un centro di eccellenza per la presentazione, e in alcuni casi per la riscoperta, di perle del repertorio operistico italiano del tempo”  (si legge nella presentazione).

E’ quindi questa una notizia che non può che destare ammirazione ed i migliori auspici, da parte di tutti coloro – e sono tanti – che amano la cosiddetta “musica antica”. Uso questo termine per comodità, per definire un pubblico ed un ambiente, anche se esso è ormai piuttosto depistante: forse andava bene trenta-quarant’anni fa, nel momento in cui una diffusa liberazione dagli schemi e una nuova curiosità intellettuale, artistica e culturale, aveva portato a così etichettare il movimento di ricerca storica e di riproposta interpretativa della musica del passato (soprattutto il più lontano), nel proposito di distinguerla dalle modalità allora correnti, insegnate nelle accademie e nei conservatori di musica praticamente in tutto il mondo occidentale, e comunque ovunque si praticasse ed insegnasse il repertorio “classico” della musica di quel mondo. Oggi la locuzione “musica antica” può suonare un po’ rétro e falsamente elitaria, da ascoltatori «risentiti», come li etichettò già T. W. Adorno (Introduzione alla sociologia della musica, Torino, Einaudi, 1971, p. 14), anche perché, partendo dalla necessità di conoscere ed apprezzare la musica più lontana nel tempo, la prassi esecutiva storica può applicarsi a tutti i periodi e gli autori autori  dei quali si sia persa o si sia trasformata la dimensione originaria.

Non è il caso qui di ripercorrere la storia e le fortune di questo ‘movimento’ della musica antica, peraltro iniziato per tempo nel corso del ‘900, e via via aggiornato dalle scoperte, dalla diffusione delle conoscenze e dalla capacità di convincere il pubblico, nonché dal formarsi di un crescente numero di cultori, amatori e sempre più ampio nucleo di musicisti professionisti, che con il loro coraggio e la loro capacità tecnico-artistica hanno dato vita ad un fenomeno non più snobbato e tacciato di fredda “archeologia” quando non di approssimazione musicale. La prassi esecutiva filologica (Aufführungspraxis iniziò a chiamarla A. Schering nel suo libro del 1931, prassi esecutiva filologica gli italiani, Performing o più precisamente Period practice gli inglesi) è entrata nel lessico comune dei musicisti, nei programmi di studio e di concerto, accolta abbastanza convintamente dalle direzioni artistiche delle maggiori istituzioni concertistiche ed operistiche mondiali.

La “musica antica” come fenomeno del nostro tempo ha infine conquistato il mercato discografico e della musica online,  immettendovi una sana dose di freschezza, varietà di autori e di titoli che proporzionalmente è commercialmente  è forse più  attraente della musica “classica” tradizionalmente eseguita, tant’è vero che l’approccio “storicamente informato” – come dice l’acronimo inglese HIP (Historical Informed Practice) – interessante e ben documentata la presentazione del fenomeno nella voce corrispondente di Wikipedia ,  si è allargato al repertorio classico-romantico,  spingendo in quella direzione non solo i musicisti e direttori d’orchestra principalmente  dediti al periodo barocco, ma anche una parte dei musicisti e direttori saldamente ancorati alla tradizione “modernista” – cioè a quella posizione che vede l’interpretazione della musica e l’uso degli strumenti musicali legati ad un necessario “progresso” nella  creatività interpretativa e nella tecnologia. Abbiamo assistito in questi ultimi anni  a “virate”  filologiche alquanto intriganti – se non un po’ sospette – anche di grandi interpreti, che hanno contribuito a dare un senso molto largo al fenomeno della prassi esecutiva filologica, talché lo stesso acronimo inglese HIP di cui sopra suona un po’ a rischio per chi – come il sottoscritto – ha praticato a lungo e crede ancora alla ricerca di un percorso di avvicinamento all’opera musicale del passato e non – viceversa – che sia questa a dover essere avvicinata con tutti i mezzi possibili all’ascoltatore. Le posizioni che escono da riflessioni abbastanza recenti – si possono leggere sempre in una sezione della voce di Wikipedia – sono piuttosto scettiche,  e provengono quasi tutte dal mondo anglosassone, lo stesso ambiente ove più decisamente si è sviluppato il fenomeno della musica antica, supportato da una rivista notissima come Early music. Anch’io ho dedicato al problema del recupero della musica storica un saggio ormai lontano, un po’ datato in certi suoi toni in parte fiduciosi, in parte polemici, ma che tuttavia ancor oggi non mi pare abbia perso il pregio di porre razionalmente  la discussione e di indicare una via organica, non fideistica né emozionale,  come appare invece sia quella “modernista” – paradossalmente più tradizionalista -, sia quella di un certo modo di fare “musica antica” oggi.

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Ma è anche vero che – discussioni filosofiche sulla “verità”, l’ “originalità” o la “storicità” delle riproposte a parte -, il fenomeno “antichista” in realtà ha fatto – o dovuto fare, se voleva proseguire nei suoi scopi  –  i conti con il mondo attuale, con i suoi meccanismi istituzionali della formazione e della promozione della musica, e, non da ultimo, con il moderno mercato del lavoro, della produzione  diffusione e consumo della musica stessa.

Come osserva in un articolo  Brian Robins, nel suo interessante sito Early Music Wordl, si ha infatti ormai da qualche anno la sensazione di una profonda trasformazione dell’approccio “filologico” e dei suoi risultati, anche in casi di largo successo (anzi, proprio quelli appaiono in effetti i più problematici, dotati come sono di una forza di trascinamento ed indirizzo), una trasformazione che assume l’aspetto di una recessione rispetto agli intendimenti iniziali: forse così si spiega il mutamento di etichetta (HIP) subìto dalla “vecchia” ed austera Aufführungspraxis, l’arida “prassi filologica” che rischia di togliere alla musica il suo appeal, che ostinatamente propone  il recupero di timbri, agogiche, dinamiche e fraseggi i quali sembrano suonare così poco in sintonia con la contemporaneità di coloro che fanno musica e che l’ascoltano oggi (o di chi la farà ed ascolterà in qualsiasi momento futuro, anche lontanissimo), tanto da farli propendere a considerare la struttura musicale come pensata per un altro mondo ormai tramontato, ed a farle dunque assumere più opportunamente i ritmi e le accelerazioni del web, della comunicazione più attraverso l’immagine (lato sensu) che del suono quale trasduttore di un interiore significato. Con una prassi esecutiva ormai solo “storicamente informata” possiamo forse più agevolmente identificare quanti – sempre più numerosi, in ispecie giovani –  dopo essersi “informati” (come, dove non è particolarmente importante, purché con un grande interprete del momento) circa le prassi, i timbri vocali e strumentali, senza adottarli con convinzione e profonda comprensione intraprendono o proseguono  una carriera di soddisfazioni emotive ed anche economiche (che naturalmente si augurano sinceramente a tutti).

Pagine da VETTORI_39_Lineamenti recupero - Schering_Pagina_1_Immagine_0001

A questo punto, ritorno al capo del filo da cui prendono l’avvio queste considerazioni, ripromettendomi di tornare sull’argomento, anche in dialogo con chi vorrà lasciare le sue in commento a questo intervento.

Ho infatti avuto modo di commentare a caldo, appena letta sul mio Facebook, una notizia per così dire “derivata”,  un  post di Purtimiro che rimbalzava commentando un link ad una celebre fondazione musicale italiana.

L’effimera vita che tale forma di commento può assumere – ed in effetti ha assunto, proprio per la celerità e superficialità con la quale le notizie e le parole si volatilizzano nel mondo del social più seguito – mi spinge a riproporlo tale e quale, con le caratteristiche del momento, e cioè di immediata reazione e al tempo stesso di benevolo auspicio per un’autentica occasione da non perdere, al contrario di quanto invece troppo spesso ci ha abituato il sistema tutto nostro italiano, di legare le fortune di un’idea ed autentiche opportunità ad una immagine accattivante ed al solo momento – per quanto coraggioso e rispettabile – di un personaggio politico. Il mio commento è stato tanto più spontaneo nella sua necessità quanto più la nuova iniziativa di per sé – ripeto – ottima, di Purtimiro in quel post sembrava legarsi ad un evento di tutt’altro segno (rispetto alla Aufführungspraxis, o forse, in realtà, in omaggio alla HIP …).

Ecco dunque, sottratto all’effimero Facebook, il mio commento al post di Purtimiro :

«Ci rallegriamo e rispettiamo le giuste aspettative del pubblico e le esigenze di lavoro di esecutori e direttori. Ma a quando la possibilità di apprezzare il repertorio, non solo quello lontano e poco noto, ma anche quello più prossimo e molto conosciuto con modalità esecutive contestuali agli autori? La domanda è tanto più sentita in presenza delle possibilità offerte a direttori come Alessandrini. Sarebbe un ottimo contributo al mondo attuale della musica “antica” italiana – sempre in affanno – che la allineerebbe al resto d’Europa, e forse si dimostrerebbe di poter imparare tutti dalla nostra storia, come già si faceva allora, quando eravamo apprezzati ovunque per la nostra musica, riportandola finalmente a casa. Un grande auspicio per la nuova avventura di PURTIMIRO (comunque Mozart è un “tedesco” e va bene così …) ».

 

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MAECENAS ATAVIS EDITE REGIBUS

OVVERO

dal serio:

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Geminae undeviginti odarum Horatii melodiae, quatuor vocibus probè adornatae …, FRANCOFORTI, APVD CHRIstianum Egenolphum. Anno M.D.LI

al faceto:

e ritorno:

“Anamorfosi bibliometriche”:

Sulle storture e paradossi della bibliometria, ossia lo strumento di misura della produzione scientifica utilizzato dalle agenzie di valutazione in campo universitario nazionale (Anvur) ed internazionale.

E con le arti performative (leggi Conservatori e riforma – L.508/99) come la mettiamo? Verrebbe da dire: “peggio ancora” …
Se poi si completa il quadro con le valutazioni della qualità delle istituzioni, per non parlare delle proposte di loro riforma o creazione di nuove …  (si veda  il lucido punto sulla situazione a dicembre 2015 del maestro Troncon).

Per tornare alla lezione  sui metodi di valutazione dell’Anvur, e cioè la video-conferenza del prof. de Nicolao (Pavia, dic. 2015), interessanti appaiono le conclusioni finali e la rivelazione che in realtà la bibliometria è utilizzata in Gran Bretagna e poche altre realtà. In Olanda si preferisce un sistema meno rigido e paradossale, e ci si basa di più su fattori apparentemente meno oggettivi ma più efficaci, soprattutto per evitare che ci siano preferenze date a chi è più conformista nel sistema della ricerca scientifica (fondamentale anche per la intuizione già acquisita dall’epistemologia e la scuola popperiana negli anni ’70 del ‘900 che mette in evidenza il rischio di non considerare chi propone tesi innovative).

La questione dibattuta è analoga a quanto affermato nella presentazione di settembre 2014 a Bologna del bel libro di Marco Maria Tosolini sulle fondazioni bancarie e la cultura: alcuni proff. di Unibo hanno dichiarato che si stanno rivedendo le convinzioni – ancora molto diffuse – circa i criteri di valutazione dei progetti per i quali si chiedono finanziamenti: secondo i nuovi orientamenti si dovrebbe evitare di basarsi sui cosiddetti “risultati attesi” immediati, altrimenti, secondo l’esempio fatto durante l’incontro, Stravinsky probabilmente non avrebbe avuto l’opportunità di ricevere una commissione dalla Rockefeller Foundation, quanto a “risultati attesi” immediati.

Di fatto mutatis mutandis il mecenatismo antico, a parte la questione comunque non irrilevante del ritorno politico e di immagine per il mecenate stesso, funzionava meglio perché dava spazio anche, paradossalmente, alle proposte più elitarie e meno misurabili in termini di consenso immediato e di ‘utilità’ sociale o larga funzione all’interno del sistema culturale artistico: un sistema ‘misto’ che, di fatto, ha permesso storicamente – persino attraverso il sistema tanto oggi vituperato della raccomandazione –  lo sviluppo della qualità nella ricerca scientifica, artistica e didattica le quali oggigiorno rischiano oltretutto di impaludarsi nel pur utilissimo sistema informativo della rete (World Wide Web). Come dire: da una parte l’enfasi sull’oggettività dei dati, dall’altro il mare magnum degli stessi.

Solo in parte  si tratta di un altro argomento, in realtà non alieno dalla problematica di cui sopra. E’ oggi difficile districarsi tra la quantità e la qualità delle informazioni, ed il tempo necessario all’approfondimento ed alla critica, tutti fattori che sembrano andare sempre meno d’accordo tra loro.  Ma, come confermato autorevolmente da più parti, il WEB deve rimanere strumento, e non può sostituirsi alla ricerca ed all’elaborazione culturale in sé stesse, né, come sa chi opera nell’insegnamento, alla didattica ed al lavoro scolastico vero e proprio dei formatori (magistri) e dei formandi (siano quest’ultimi incipientes, perficientes o perfecti – per riprendere la suddivisione in classi della schola dei chierici di S. Pietro a Bologna, a sua volta ispirata agli stadi della vita spirituale in San Tommaso).

Bologna, Cattedrale di S. Pietro

 

CULTURA ITALIANA SEMPRE ALLO SBANDO

Questo l’articolo che ispira il titolo:

C’è da fare però un’importante distinzione semantica per spiegare il titolo: per “cultura” italiana si possono intendere almeno tre cose:

  1. il patrimonio culturale italiano in sé;
  2. ciò  che sta nella testa e nelle azioni di coloro che cercano, nonostante tutto – soprattutto nonostante la terza accezione che adesso seguirà – di andare avanti;
  3. e per ultimo, ma proprio per ultimo, in tutti i sensi, ciò che non fanno, o fanno male, coloro che detengono le leve della politica (culturale?) in Italia.

Naturalmente il titolo, che è anche il sunto del contenuto di questa considerazione, si riferisce alla terza accezione. Il patrimonio infatti (1) è grande ed unico, materiale ed immateriale, e cerca di resistere anche grazie a coloro (2) che lo amano, lo valorizzano e/substanziano con la loro ricerca, dedizione e creatività; quanto alla politica (3), essa rovinosamente continua a perpetuare un cortocircuito letale tra (1) e (2) attraverso “cattiva” scuola, progressiva privatizzazione della responsabilità di gestione di tutto quanto è cultura, non tentando neppure di rompere il cerchio magico. Non si darà infatti mai vera sensibilità e autentico interesse “per” la cultura attraverso una monetizzazione costante delle coscienze e del senso della vita.

Mallesi maleficarum, Venezia 1574

Malleus maleficarum, Venezia 1574

Che sia un Maleficio nelle Alte Stanze del Palazzo, ad impedire la conservazione, la valorizzazione e lo sviluppo della Cultura e dell’Arte? Ci sarà qualcuno, e chi, a impugnare il Martello per sconfiggerlo?

Un libro rivelatore

Assolutamente da leggere: illumina la prassi musicale medievale da una prospettiva inusitata e rivelatrice. Uscito nel 2005 negli Stati Uniti, prontamente ed opportunamente messo a disposizione in italiano per entrare nella mentalità medievale, che ci è così più vicina.

Anna Maria Busse Berger, Medieval music and the art of memory Berkeley [etc.] : University of California Press, c2005 – La musica medievale e l’arte della memoria, Subiaco, Fogli Volanti 2008